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TRIESTE - Disubbidienti, ammutinati, disertori. La Storia d’Italia passa anche da qui, dalle centinaia di migliaia di uomini, civili e soldati, che si sono ribellati alla Grande Guerra andando quasi sempre incontro alla morte per fucilazione, in seguito a un processo sommario o per decimazione. Un po’ di numeri: tra il 1915 e il 1918, più di 4 milioni di uomini sono chiamati alle armi, 1 soldato su 14 subisce un processo penale, 1 su 24 viene processato come disertore, 15.000 sono gli ergastoli, più di 4.000 le condanne a morte.

La giustizia di guerra durante il primo conflitto mondiale, trincerata dietro alla disciplina imposta dal generale Cadorna, è un tema spesso trascurato, sottostimato per estensione e drammaticità. Lo affronta il documentario di Fredo Valla Non ne parliamo di questa guerra, prodotto da Nadia Trevisan per la Nefertiti Film con l’Istituto Luce Cinecittà e presentato in anteprima assoluta alla 29esima edizione di Trieste Film Festival: un viaggio nella disobbedienza italiana dal Polesine a Torino, da Caporetto a Trieste, sulla linea del Timavo, dove quaranta soldati si ammutinarono agli ordini insensati di Gabriele D’Annunzio, intenzionato a superare la “Quota 28” per raggiungere il Castello di Duino e qui far sventolare un’enorme bandiera tricolore.

"Negli anni del centenario della Prima Guerra Mondiale si sente ancora parlare di eroismo e di patriottismo - spiega Valla, esponendo le motivazioni che sottendono il suo lavoro - ma nessuno sembra voler tenere conto di un fenomeno molto ampio, quello della disobbedienza, individuale o collettiva. Disobbedire in tempo di guerra ha significato anche coraggio. Un coraggio più grande di quello che richiede l’uscire dalla trincea per andare all’assalto. E quando parliamo di disobbedienza, non dobbiamo fermarci a parlare solo dei disertori, ma anche di altre forme di ribellione: resistenza passiva, abbandono delle armi, atti di insofferenza e cruenti gesti di autolesionismo, diffusissimi tra i soldati allo stremo pur di farsi esonerare dal fronte".

"Andando in cerca delle possibili cause bisogna tener conto di diversi fattori. Nella Prima Guerra Mondiale - prosegue - il fattore umano contava pochissimo. Le operazioni erano studiate a tavolino dagli ufficiali e gli ordini venivano trasmessi a distanza. Al fronte, i soldati non potevano far altro che obbedire andando incontro a morte certa. Perdevano persino la dignità di esseri umani. Combattevano per qualcosa che era estraneo, incomprensibile, distante. Cosa poteva importare a un giovane calabrese di liberare Trento e Trieste? Non di rado i fanti del nostro esercito erano contadini prestati alla guerra. Se ne andavano perché a un certo punto sentivano la necessità di tornare a casa ad aiutare le famiglie. E neppure esisteva un forte sentimento patriottico, perché l’Italia era stata unificata da poco più di cinquant’anni”. 

Il documentario si sofferma su alcune vicende esemplari: la storia dell’Artigliere Alessandro Ruffini di Castelfidardo, preso a bastonate e poi fucilato dal generale Graziani; il processo degli alpini del battaglione Monte Arvenis, fucilati perché ribelli a un assalto suicida; la tragica rivolta dei fanti della Brigata Catanzaro. Forme di protesta si registrano anche nelle file degli ufficiali dell’esercito, in particolare tra i subalterni, che con i soldati semplici condividevano la vita di trincea. "È capitato che si rifiutassero di dare l’ordine di avanzare, perché sapevano perfettamente che quell’ordine significava mandare la gente a morire. Qualcuno è impazzito. Ci sono storie incredibili. Come quella dell’ufficiale che, ricoverato in manicomio, non faceva che ripetere i nomi dei soldati caduti del suo reggimento. Altri, invece, prendevano accordi con il fronte nemico: si concordava un orario durante il quale ci si ci si sparava per un po’, soprattutto colpi in aria o in altre direzioni, simulando una battaglia che non avesse conseguenze".

In questo percorso alla ricerca dell’Italia dei ribelli, si incontrano episodi che riguardano anche la popolazione civile. Il caso dei tumulti avvenuti nel 1917 a Torino, ad esempio, dove, a causa dell’esaurimento delle scorte di farina, mancava il pane. Le donne del popolo, per prime, guidarono il saccheggio dei forni per prenderselo. "Cominciò così, poi però la protesta si tradusse in una rivolta contro la guerra. Le donne accoglievano i disertori nelle loro abitazioni, come succedeva soprattutto nel Polesine, a Ferrara e nel Rovigotto”.

Come in altri suoi precedenti lavori (Medusa – Storie di uomini sul fondo, Più in alto delle nuvole), Valla alterna l’uso di materiali d’archivio, filmati d’epoca, testimonianze di storici, giornalisti, studiosi e altre voci di artisti. Intreccia storie intime con documenti riportati alla luce dall’Archivio storico dello Stato Maggiore. Traduce il rigore della ricerca in sincera commozione. Dopo che la Storia ufficiale ha voltato loro le spalle, Fredo Valla agisce nel tentativo di restituire dignità alle moltitudini offese dalla barbarie della guerra, uomini e donne “contro”, che oggi meritano il nostro rispetto.

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